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Per far crescere fiori su terra bruciata

Filippo Mollea Ceirano, 2024

Da giovedì 23 maggio alla galleria Dr Fake Cabinet ritorna con una mostra personale dai contenuti particolarmente profondi ed elaborati, intitolata Per far crescere fiori su terra bruciata, la pittura di Eric Pasino, giovane artista piemontese, nato a Vercelli nel 1997 e attualmente di stanza a Venezia.

Le opere esposte, che hanno quasi tutte lo stesso titolo della mostra, sono quasi esclusivamente realizzate ad olio e acrilico su tela; in esse le tecniche e i mezzi espressivi già maturati e consolidati attraverso il suo percorso, essenzialmente pittorico, trovano esiti e soluzioni mirate per spingere a fondo alcune intense riflessioni strettamente legate a un contesto che l’artista ha avuto modo di conoscere e vivere a fondo; è infatti cresciuto nella campagna del biellese, dove la sua famiglia si occupa di coltivazioni in serra e in campo aperto, e conosce quindi a fondo, per averlo vissuto in prima persona, quello che è il mondo della produzione agricola, e soprattutto di quali contraddizioni la società vi abbia immesso forzatamente.

Nei lavori di questa serie affronta il tema di petto; con la sua pittura raffinata, elegante, sempre molto attenta a dire tutto senza dire troppo, si concentra insistentemente sull’approccio con cui l’umanità contemporanea pretende di rapportarsi con la natura – segnatamente con il mondo vegetale – che vuole a tutti i costi adattare ai cicli produttivi, alle esigenze del mercato, alla programmazione economica. Attraverso forme abbozzate, quasi a tratti evanescenti, che si accavallano e sovrappongono a dettagli particolareggiati, oppure lacerate e sovrapposte ad altre in modo da intrecciare e fare coesistere su più livelli forme e soggetti differenti con soluzioni che spesso in precedenza già ha sperimentato, crea e propone la sua visione di questo mondo in cui le esigenze economiche e commerciali hanno sopraffatto il senso e l’attenzione per le dinamiche biologiche, per i cicli vitali: è un mondo fatto di artifici, forzature, a tratti quasi invisibili violenze, un mondo fatto soprattutto di smarrimento, di velleità di potenza e di controllo di una visione antropocentrica vicina al delirio autoreferenziale.

I soggetti centrali dei quadri di questo ciclo non sono mai i fiori, le piante, gli organismi viventi che nascono, prendono forma e esprimono la loro vitalità: di essi si può cogliere a mala pena l’allusione, il simulacro, attraverso forme incompiute, appena abbozzate, tanto evanescenti da portare a dubitare che potranno mai venire a materializzarsi; protagonista è piuttosto l’apparato, il sistema che l’intervento umano ha predisposto per costringere il processo biologico a piegarsi a dinamiche che gli sono estranee.

E questi aspetti vengono ancor più enfatizzati tramite l’allestimento fatto con materiali di scarto, utilizzati o prodotti dall’attività di coltivazione della terra così come oggi la si pratica.

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