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Exeresi

Filippo Mollea Ceirano, 2021

È quanto meno dagli anni ‘60 del novecento che si discute, a volte fin troppo animatamente, se nell’arte iconica le tecniche tradizionali come la pittura, il disegno, l’incisione, hanno ancora un loro spazio, se ha senso continuare a utilizzarle. A partire dagli anni che videro l’affermazione del filone legato al concettuale, della body art, in generale delle sperimentazioni più spinte ed estreme di mezzi espressivi di totale rottura non sono mancate, in mezzo ai molti tentativi piuttosto stanchi e ripetitivi di conservazione e reimpiego degli strumenti classici, esperienze interessanti. Esse dimostrano come in realtà sia ancora possibile utilizzare tali strumenti e farli evolvere in un discorso che è tutt’altro che fuori dal proprio tempo.

Un buon esempio di quanto ora accennato si può rinvenire nei lavori di Eric Pasino, giovanissimo artista piemontese, nato nel 1997, che da poco ha terminato la laurea triennale presso l’Accademia Albertina di Torino ed è in procinto di proseguire i suoi studi all’Accademia di Venezia.

Nelle opere presentate in mostra si coglie fin dal primo impatto un saggio di raffinata padronanza e di impiego originale ed efficace della pittura ad olio, di gran lunga il mezzo che più di tutti si lega alla storia dell’arte figurativa occidentale.

Nei suoi quadri l’elegante e delicato realismo con cui raffigura elementi tratti dal quotidiano o trasfigurati in immagini esasperate e distorte fino a conservare solo una lontana memoria della forma originaria dialogano con una composizione che porta alle estreme conseguenze la frammentazione violenta e la ricomposizione secondo nuovi ordini e strutture immaginarie. Tutto in queste sue composizioni è condotto sul filo del contrasto, della contraddizione continua, del negarsi e dell’affermarsi, dell’apparire e del nascondersi, del dimenticare e ricordare.

L’inizio del suo percorso di ricerca si può rinvenire nella serie di opere che si possono denominare “Carte”. Si tratta tuttavia di opere realizzate anch’esse ad olio su tela, o su tavola, in cui una prima immagine, accuratamente dipinta con il linguaggio del tradizionale verismo, viene coperta da una seconda pittura che raffigura, anch’essa in termini assai realistici, un foglio di carta, con le sue pieghe, le sue ombre, le sue irregolarità. La velatura della carta distrugge, altera, trasforma l’immagine originaria, ne modifica i colori e i contrasti tonali secondo passaggi imprevedibili e mai scontati. A un primo sguardo appaiono evidenti solo l’immagine del foglio bianco in contrasto con lo sfondo nero dei contorni; ma l’esame più attento rivela successivamente i dettagli nascosti, gli elementi che affiorano dalle trasparenze e dalle opacità. Si tratta spesso di suggestioni che l’artista reperisce nel suo quotidiano, dalla campagna e dalle serre in cui con la famiglia porta avanti l’attività parallela di coltivazione e produzione agro-alimentare: rami, foglie, elementi di attrezzi o apparecchiature che a volte si manifestano per quello che sono, a volte si trasfigurano in immagini e forme non più riconoscibili.

Dall’evoluzione e la continuazione di questa linea di ricerca Pasino elabora successivamente le opere della serie che si può identificare con il termine di “Scorticamenti”. Sulla matrice (tavola o tela) vengono sovrapposti due dipinti, perfettamente compiuti, dettagliati e complessi. Dallo strato soprastante vengono asportati lembi e frammenti in modo che le lacerazioni prodotte rendano nuovamente visibili scorci del dipinto che esso aveva interamente ricoperto. Gli squarci generati da questa azione mettono in relazione e fondono insieme due mondi diversi, in origine autonomi e separati, che concorrono a crearne un terzo, nuovo, diverso, prodotto dal conflitto tra creazione e distruzione, tra conservazione e rimozione.

La realizzazione di tali lavori richiama in apparenza i passaggi classici della dialettica. Tuttavia il risultato finale non ha nulla a che vedere con la sintesi, con il superamento: gli elementi delle immagini delle due opere di partenza infatti non vanno a formare nulla di nuovo, di diverso. Anzi, la scomposizione della forma permane, gli stappi separati restano come dettagli autonomi, che talvolta consentono di ricostruire l’immagine da cui sono stati distaccati, che altre volte invece si perde fino a divenire irriconoscibile. In alcune opere i lembi rimossi di pittura sono collocati altrove, distanti dall’opera, quasi che ne fossero fuggiti; in genere essi comunque anche quando sono separati e riposizionati su una diversa superfice si mantengono autonomi e distaccati, posizionati su un livello diverso dal quale instaurano un dialogo sorprendente e spiazzante con il contesto in cui si vanno a integrare. Il tutto dunque, piuttosto che rimandare al processo dialettico, riprende i meccanismi della memoria, che riscopre e richiama a sé brandelli che poi ricompone senza necessariamente ripetere l’ordine preesistente, ma spesso sulla base di suggestioni e scelte soggettive.

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