← Texts

Antropocene in Rumi

Luca Zuccalà, 2025

Forse la trasformazione è la prima delle illusioni. L’idea che non sia vivo ciò che parla, ciò che pensa o ciò che si muove. Vivo è ciò che cambia, muta, partecipa al divenire collettivo dell’essere. Come un pensiero adombrato nel sottobosco della mente, la metamorfosi funziona da consolazione: il fiume in cui entro oggi non è quello dove mi immergerò domani. Anche se non me ne accorgo, sto cambiando. O almeno cambia ciò che mi è intorno. Magari è sufficiente lasciarmi trascinare dal flusso per fingere a me stesso un movimento, travestire l’immobilità di inerzia. Ancor di più, persiste la tenacia che una svolta non può che essere positiva, che il mondo segua binari progressisti. “Morii come minerale e divenni una pianta./ Morii come pianta e divenni animale./ Morii come animale e fui uomo. / Perché dovrei temere/ di divenire meno morendo?“ si chiede il mistico persiano Rūmī in una poesia, certificando l’indole positivista dell’uomo ma allo stesso tempo insinuando il dubbio, indirettamente, che qualcosa possa non andare come programmato. Lo spettro di un deragliamento irrimediabile, dell’alterazione di quella stasi che dopotutto consolava. Ed eccoci qui, smossi da due tensioni opposte: la speranza che si possa sempre rinascere in qualcosa di nuovo, e il timore che questa versione inedita non sia migliore della precedente. Abitiamo, perciò, la guaina di angoscia che distingue il rinnovamento dalla rovina.

Sottile dimensione interstiziale che Eric Pasino e Nicola Samorì esplorano per mezzo della pittura, e che restituiscono da Rumi Art Space a partire da un ossimoro fertile. Il titolo della mostra, Antropocene in Rumi, fa leva infatti su un gioco di similitudini tra Roberto Rumi, collezionista che promuove l’evento, e Rūmī, il poeta sufi già citato; ed è quest’ultimo, e la sua filosofia legata all’eterno cambiare, a legarsi in modo antitetico al concetto di Antropocene, la nostra era geologica, quella che stiamo segnando in modo irreversibile con la nostra attività. La manifestazione plastica e universale, o quantomeno globale, dell’umana tendenza all’autodistruzione. Più che mai, l’impronta che stiamo lasciando sul nostro ecosistema pare irreversibile, indirizzata verso una graduale ma costante degradazione. Camminiamo lasciando feriti, ci muoviamo tra i detriti senza accorgerci, nel disinteresse della maggior parte dei nostri simili.

A osservare lo sfacelo in atto rimane la volta azzurra sopra le nostre teste, come suggerisce Pasino ne Il cielo guarda (2024), dove una moltitudine di personaggi si agita in un paesaggio brullo, sconvolto, desolato sotto l’indifferenza di un pianeta che indifferente assiste al brulicare dei suoi abitanti. Un lavoro che sa di terra dissestata, di anime divelte, che a ogni passo sembrano perdere parti di sé nello sfondo. Una sensazione che attraversa altri dipinti come Festa nel cortile di casa (2025) o In marcia (2025). Sono diversi i soggetti dell’artista che ardiscono alla metamorfosi, al cambio di condizione o regno d’appartenenza. Ne Gli ultimi (2025) e I primi (2025) delle stoviglie allestite su tavoli imbanditi nascondono accenni d’umanità, o di forme ibride, misteriose, a tratti inquietanti. Una cosa simile accade in Viso farfalla, la calotta e Viso farfalla, la pelle, dove da volti martoriati fioriscono coloratissime falene che riportano la vita dove in precedenza si era estinta, rinnovandola in nuova forma. Sono corpi in trasformazione o in decomposizione? In distruzione o cambiamento? Sicuramente si tratta di soggetti che portano i segni di ferite e stratificazioni, traumi personali o ereditati, intimi e collettivi.

Di qualsiasi cosa si tratti, sembrano condividerli con i “classici lacerati” di Nicola Samorì, che li affiancano nell’allestimento. Tele come J.R.S.F. e Simonia J.R.S.A, o ancor di più Senza titolo e Piaga antiveduta rispondono a un sentimento di decadenza a cui non rimane che una poesia scura, la lirica del disfacimento lento, dove non cadono versi ma brandelli di carne, rime di sangue e polvere che evocano rimestamenti alchemici, ricerche esoteriche sulla vita oltre la morte. Un attaccamento alla vita che contrasta con l’autolesionismo che i soggetti pittorici in questione mal celano. Lo stesso che contraddistingue l’uomo di quest’epoca accelerazionista, in cui portiamo all’estremo le possibilità del nostro pianeta e al contempo ne cerchiamo uno nuovo, esplorando lo spazio. Questa è trasformazione o distruzione? Dove si pone il limite?

Il Pittore di Samorì suggerisce che le nostre ossessioni possono finire per esplodere come cascate dai nostri occhi, defluire insieme allo spirito vitale. Consumarsi, vivendo. Attendendo e sperando che la trasformazione - l’ultima trasformazione, o quella che presumiamo tale, la morte - non sia condanna ma rinnovamento. Se lo prefigura Pasino, che in Culto del proiettile (2025) ci riporta alla mente una sorta di Giudizio Universale, dove creature chimeriche volteggiano serpeggiando tra le nubi alla ricerca di un nuovo modo d’essere, sospinte dal destino lontano dalle pene terrene. Ne era convinto Rūmī, la cui poesia continuava, concludendosi, in questo modo: “E tuttavia, ancora una volta/ morirò come uomo/ per elevarmi con gli angeli benedetti;/ ma anche lo stato di angelo supererò“.

© 2026 Eric Pasino | Site by Arvin Golrokh